Dall’insorgere della guerra in Ucraina, siamo bombardati da immagini di guerra, notizie che fungono da moltiplicatori di prospettive incentrate sulla guerra come unico strumento possibile per la risoluzione di un conflitto. Parliamo mai di come le nazioni, in passato, siano riuscite a fare pace? Parliamo mai di come rafforzare gli strumenti di pace? No. Raccontiamo quante manifestazioni ci sono per la pace? No. In Italia ce n’è quasi una al giorno. Diamo voce a chi si è occupato del disarmo dopo la Seconda Guerra Mondiale? A chi si è impegnato per ridurre le capacità distruttive nucleari di tutti i paesi? No. Da questa mancanza, o meglio in gergo giornalistico, da questa “spirale del silenzio” che non dà voce a sufficienza ad attivisti, pacifisti, esperti nella mediazione, è nato “No Peace, No Panel.” Spiega il founder dell’iniziativa, Max Brod, giornalista RAI, che abbiamo intervistato.
Quando nasce l’idea?
A seguito dello scoppio della guerra in Ucraina, scrissi un appello “Diamo voce alla pace”, che riuscii a far firmare ai vertici di Ordine dei giornalisti, Usigrai, FNSI, associazioni pacifiste, intellettuali, giornalisti. Il progetto prende ispirazione da un’altra campanga “No Women No Panel” che ha rivoluzionato la parità di genere nel mondo televisivo e dei media. L’obiettivo è passare dalla par condicio alla pax condicio, ovvero indurre i media a lasciare spazio ai contenuti sulla pace, per favorire questo approccio nella risoluzione dei conflitti.
Qual è il fine ultimo di No Peace No Panel?
Attualmente è una campagna giornalistica: stiamo lavorando per rappresentare la pace nel dibattito pubblico, per equilibrare l’ecosistema mediatico. Il cittadino deve avere accesso a diverse prospettive sulla risoluzione dei conflitti. In futuro ci piacerebbe che questo movimento diventasse un Osservatorio di questo equilibrio mediatico. Ora siamo in attesa di voto in Commissione di Vigilanza della RAI. Qualora si votasse a favore, la narrazione sulla guerra verrebbe monitorata.
Quali voci dovremmo ascoltare per raggiungere questo equilibrio mediatico?
Avremmo bisogno di ascoltare di più il punto di vista di associazioni come Sante’Egidio. Non lo sanno in molti, ma la comunità di Sant’Egidio è stata protagonista negli anni 90 di una trattativa di pace, durata due anni, in Mozambico. Poi c’è Flavio Lotti, organizzatore della Marcia per al Pace Parigi-Assisi, Francesco Vignarca di Rete Italiana Pace e Disarmo, c’è il progetto Mean, c’è una campagna molto importante che si chiama Senza Atomica e ci sono le ONG, che stanno sui territori di guerra e poi tutti gli ex diplomatici che hanno fondato sul diritto internazionale la loro carriera.
Oltre ai giornalisti, che ruolo attivo possono avere cittadini?
I cittadini possono sostenerci firmando la nostra petizione, grazie ad una campagna avviata con Il Fatto Quotidiano abbiamo già ottenuto 400.000 visualizzazioni. Poi, ai cittadini chiediamo di scegliere i media che secondo loro sono più equilibrati. Oggi ci sono 50 conflitti attivi nel mondo, non abbiamo mai sentito la guerra cosi vicina. Perché la pace non diventa altrettanto virale? Sicuramente se i media non sono i primi ad ospitarla, è impossibile che diventi virale. Noi stiamo provando a creare una narrazione che rifletta il concetto di pace nelle sue declinazioni utili e pratiche. Parlarne, al bar, in famiglia, con gli amici, metterla al centro di una condivisione.
Come passare da un discorso astratto al bar, da uno slogan ad azioni che ci permettano di percepirne l’impatto?
Con la cultura, con i social e con i propri corpi. Informarsi e ricondividere sui social contenuti sulla pace è un passo. Poi ci sono le manifestazioni, tutti i giorni. Abbiamo questo potere e possiamo usarlo tutti insieme. Solo così accadono i cambiamenti nel mondo.
Com’è successo per Gaza? Però poi il movimento, quell’oceano di persone che si è riversato in tutte le strade del mondo, si è fermato.
Intanto una rivoluzione c’è stata e quella ha cambiato la storia dell’umanità: il mondo si è fermato per scendere in pazza per Gaza. Oggi quel massacro non è più nel silenzio in cui era prima e nel quale avrebbe continuato ad essere, se non ci fosse stato tutto questo. Poi, la storia è complessa, è fatta di mattoncini e bisogna metterne uno dopo l’altro. A me piace immaginare che questa generazione, attraverso lo strumento dei social, possa fermare la guerra. Credo ci sia un serbatoio di pace dentro di noi, possiamo inziarlo a riversare su quei canali.
Se, utopicamente, unendosi e compiendo queste azioni, si riuscissero a fermare i conflitti, quali anticorpi si dovrebbero sviluppare? I nostri nonni hanno vissuto la guerra sulla propria pelle e a alle generazioni successive sembra non sia bastato..
Non sono assolutamente all’altezza di questa domanda, per questo bisogna dar voce agli esperti di pace, perché soltanto loro possono avere la risposta e darci una prospettiva per costruire, insieme, un risultato diverso, che non comporti più versamenti di sangue.
E nel tuo caso, analizzando la tua prospettiva individuale, cosa ti ha tenuto nel tempo, in tutta la tua esperienza professionale, così centrato e legato al concetto di pace?
Bella domanda. Forse il fatto che io abbia scelto di fare il giornalista perché non sopporto le ingiustizie. E, la guerra, tra tutte, mi sembra l’ingiustizia più trasversale, quel dramma dell’umanità che riesce a mietere più vittime in assoluto. Un’ingiustizia decisa da pochi che si riflette sulla vita di un popolo. Credo di aver sempre pensato questo e quando l’ho vista avvicinarsi al nostro paese, ho sentito urgente e necessario mobilitarmi.
Per compiere un primo passo nella direzione della pace firma qui.