La guerra è iniziata il 7 ottobre 2023. Avevo 17 anni, ero all’ultimo anno delle scuole superiori e mi stavo preparando per l’anno accademico più importante della mia vita, l’anno che mi avrebbe permesso di approdare alla facoltà di medicina.

Vivevo nella parte settentrionale di Gaza City, che divenne subito zona di combattimento. In breve fummo spostati al centro. Temevo per la vita di mio padre e dei miei fratelli ogni volta che uscivano a procurarsi cibo e legna da ardere per cucinare.

Poi, anche il centro divenne zona di combattimento. Fummo costretti a ripartire verso il Sud.

Ricordo quel momento della partenza: eravamo circondati da carri armati. Avevamo così tanta paura da tremare tutti, ma provavamo a non darlo a vedere.

Dopo poco anche il Sud iniziò ad essere bombardato. Ripartimmo, non sapevamo dove andare e la fame ci divorava le ossa.

Questa era ormai la nostra realtà: scappare per vivere un giorno in più.

Intanto ci giunse notizia che la nostra casa, il frutto del duro lavoro di una vita dei miei genitori, era stata bombardata, i nostri ricordi erano stati distrutti e la speranza di poter ritornare alla nostra vita, finita.

L’istruzione era l’unica cosa che mi avrebbe salvata.

In quell’anno di fuga era quasi scomparsa: le scuole erano diventate rifugi e i libri venivano usati come combustibile per cucinare. Alla fine del 2024 il Ministero dell’Istruzione annunciò che gli studenti delle scuole superiori avrebbero sostenuto gli esami di maturità online.

Mio padre costruì un tavolo con la legna da ardere, io e mia madre trovammo dei libri su una bancarella. Iniziai a studiare sul balcone del nostro rifugio. Studiavo più di diciotto ore al giorno rimanendo sveglia fino alle quattro del mattino. Intanto, la carestia ci logorava e ricevevo continuamente notizie di familiari deceduti.

Era difficile concentrarsi e tutto dipendeva da me, perché i miei insegnanti erano stati sfollati o erano morti.

Studiavo e ripassavo, ma a ridosso della data ufficiale l’esame fu posticipato a tempo indeterminato. Avevo studiato, avevo lottato e avevo visto questo traguardo dissolversi.

Fu il momento più duro della mia vita: l’esame di maturità era diventato un lusso che noi palestinesi non potevamo permetterci.

Fui travolta dallo sconforto. Smisi di studiare.

Ma la mia tristezza non era nulla in confronto a quella di mia madre e mio padre, Safinaz e Mohsen, due combattenti che hanno cercato di farsi forza a vicenda per tutta la guerra. Erano esausti, si vedeva dai loro corpi: mia madre aveva perso più della metà del suo peso a causa della carestia, della fatica e della malattia contratta durante la guerra, e mio padre era invecchiato di cent’anni.

Di lì a poco dovettero anche dire addio a mio fratello Ibrahim, che partì per completare i suoi studi di odontoiatria in Francia.

Dopo la sua partenza, anche io e mia sorella Hala iniziammo a cercare una via di fuga.

In quei giorni noleggiammo un carretto ad un prezzo esorbitante, ma in queste situazioni non hai tempo per fare valutazioni. Scegli tra vivere o morire.

Il carretto ci lasciò in un’area chiamata Nuseirat. Una volta lì, non riuscimmo a trovare un rifugio e l’altro mio fratello Yahya, che aveva le ossa ormai sporgenti dal corpo, svenne per la fame.

Mia madre crollò, iniziò a piangere disperatamente.

La resistenza era diventata un atto insopportabile.

Passò un uomo che vide mia madre in quello stato e colse l’impotenza sul volto di mio padre. Si offrì di ospitarci nel suo negozio di abbigliamento. Mio padre accettò subito. Fu la nostra salvezza.

Dopo qualche giorno l’esercito si ritirò da Deir al-Balah, trovammo un appartamento ancora intatto e lì mi decisi a riprendere il mano il mio futuro: iniziai seriamente a fare domande presso università all’estero e a contattare organizzazioni a sostegno degli studenti nelle zone di guerra.

Ebbi un colloquio con un’ università in Gran Bretagna, il mio fascicolo venne accettato con riserva. Pretendevano un certificato ufficiale che attestasse il mio livello di inglese. Mi venne da ridere istericamente.

Come si può chiedere un certificato di lingua quando non esistono i mezzi e i centri per sostenerlo?

Il secondo colloquio fu con un’università in Irlanda, avevano accettato che non avessi il certificato, ma quella volta il problema fu la connessione alla rete. Non riuscivo a fare la videochiamata.

In quel periodo, il Ministro dell’Istruzione annunciò che avremmo potuto sostenere gli esami di maturità online. La speranza era tornata, ma la fame mi rendeva impossibile pensare a qualsiasi cosa.

Ero esausta. Non avevo più energia, andavo avanti a pane secco e cibo in scatola.

Fui determinata e continuai a studiare, ma quando arrivò il giorno dell’esame di stato, non riuscii a connettermi alla rete. Scoppiai in lacrime: tutto il mio duro lavoro, ancora una volta, stava svanendo per ragioni indipendenti dalla mia volontà.

Mio fratello maggiore corse fuori casa a cercare una soluzione. Il proprietario della casa dove vivevamo ci aprì le porte di casa sua.

Corsi lì, ma il tempo era scaduto.

Tornai a casa sperando in un miracolo che mettesse fine a questo tormento. Mia madre accanto a me, mi chiese di resistere, ancora.

Dieci giorni dopo, gli esami di maturità erano finiti.

Diversi studenti avevano riscontrato il mio stesso problema con la rete e gli esami erano stati rimandati per tutti. Ero felice.

Ma il destino era troppo crudele per lasciarmi vivere quel momento. Ricevemmo in quei giorni la notizia che mia zia era morta, mentre lei e i suoi figli stavano cercando di fuggire a piedi dal nord verso il centro della Striscia. A Gaza non esistevano più mezzi di trasporto.

Poi, ancora tormenti.

Ricevetti una mail dalla Francia, avevo vinto una borsa di studio, ma putroppo non evacuavano studenti di corsi di laurea triennale.

Avevo vinto anche una borsa in Irlanda, ma stavolta non includeva l’alloggio universitario.

Lasciare quella città era diventata una lotta difficile da vincere.

Un mese dopo furono annunciati i risultati della maturità. Mi aspettavo un voto non inferore a 99%, la mia media durante gli anni di scuola. Ma ebbi una doccia fredda: 97,4% fu il risultato finale.

Un buon voto, lo so, ma non corrispondeva alle mie aspettative e al mio impegno. Piansi e urlai con mia madre “Perchè tutto il mondo è contro di me?”

Dopo un po’ scoprii che era stato uno dei voti più alti a Gaza. Vinsi una borsa di studio per studiare medicina e iniziai il percorso.

Ma studiare attraverso un telefono con una connessione instabile, era impossibile.

Con dolore continuai a cercare borse di studio, anche in ambiti lontani dal percorso che averi scelto e ne vinsi una in Italia per studiare Mediazione Linguistica e Culturale. L’ Ambasciata Italiana mi contattò per l’evacuazione e mi disse che sarei partita dopo una settimana.

Non era la mia strada, ma vivere a Gaza, la “Città dei Fantasmi”, mi avrebbe ucciso.

L’ultima settimana fu la più dura della mia vita. Stavo per lasciare le persone più preziose che ho al mondo: mia madre, mio padre e le mie sorelle. Non sapevo se li avrei mai rivisti.

Mia madre di disse: “Non pensarci; devi salvare il tuo futuro. Hai già perso due anni per finire le scuole superiori; non perderne altri“.

Quando arrivò il momento del congedo, li abbracciai.

Una volta sull’autobus scoppiai in lacrime e sono sicura che mia madre e mio padre siano crollati dopo la mia partenza. È stato atroce.

Non conoscevo la mia destinazione, sapevo solo che stavo andando a sopravvivere alla morte.

Mi spostai da Gaza alla Giordania in autobus, un viaggio durato un’intera giornata sotto il sole con continue soste per le perquisizioni da parte dell’esercito, e poi dalla Giordania all’Italia.

Arrivai in Italia di notte. Alcune persone dell’università mi accolsero all’aeroporto di Roma e poi arrivai nella città dove avrei studiato: Siena.

La prima notte fu difficile. Pensavo ai miei genitori. La trascorsi a fissare il soffitto della stanza e a piangere.

La mattina dopo, uscire dalla residenza, con la certezza che nessuno avrebbe messo a rischio la mia vita, fu una sensazione tanto strana, quanto bella.

Oggi, è passato quasi un anno dal mio arrivo in Italia.

Non posso dire di essere sfuggita al tormento, il tormento ha assunto altre forme.

Ora mi ritrovo a vivere un luogo con una lingua diversa, una nuova vita, nuovi costumi e nessun membro della mia famiglia al mio fianco. Inoltre, la paura per la morte delle persone che ami è più dura della sensazione di paura per te stesso. E il senso di colpa di essere in un luogo sicuro, a mangiare buon cibo e bere acqua pulita mentre le persone che ami non accedono a questo lusso è asfissiante.

Poco tempo fa, ho saputo che le ossa di mia madre sono diventate “molli” per la malattia e camminare è diventato difficile per lei a causa della fame, della fatica e della costante preoccupazione per me e per le mie sorelle, dato che la guerra ci ha dispersi.

Anche mio fratello maggiore e mia sorella sono riusciti a lasciare Gaza.

Mio padre trasporta ancora acqua sporca da bere e legna da ardere per cucinare, e l’età e la fatica gli stanno togliendo molto.

Non c’è un lieto fine a questo articolo, e non può esservi finché una parte del mondo rimarrà silente di fronte all’ingiustizia, e finché la guerra e l’odio saranno più forti dell’umanità e dei principi che dovrebbero unire tutti noi.

Noi palestinesi non vogliamo fare le vittime, e non vogliamo essere sempre l’immagine triste che il mondo guarda per poi voltare pagina.

Quando la guerra diventa parte della tua vita, e la paura e l’ingiustizia diventano la tua realtà quotidiana, tutto ciò che ti resta è cercare di sopravvivere.

Ho ancora diciannove anni, eppure ho vissuto esperienze molto più grandi della mia età. Questa guerra mi ha insegnato lezioni che non dimenticherò mai, mi ha anche lasciato dentro ferite e traumi che faranno sempre parte di ciò che sono. Mi ha fatto apprezzare cose che ad altri potranno sembrare semplici e scontate: tornare a casa e trovare del cibo, vedere mamma e papà sani e salvi, e dormire senza temere cattive notizie al mattino.

Forse ho lasciato Gaza, ma la guerra non ha lasciato me, e non potrò mai dimenticare quei giorni finché avrò vita.

Non ho più prospettive, nè di un lavoro, nè di un viaggio. Tutto ciò che mi interessa è portare in salvo i miei genitori. Mi occupo di documenti, uffici e procedure che non avrei mai immaginato di dover comprendere a questa età, perché il ricongiungimento familiare è diventato l’unica speranza che mi fa andare avanti.

La guerra significa perdere la propria casa, la propria istruzione, la propria sicurezza, la propria famiglia e, a volte, una parte di se stessi.

Dopo anni di guerra, i palestinesi continuano a vivere lo stesso dolore, e Gaza soffre ancora condizioni che nessun essere umano dovrebbe mai essere costretto a sopportare.

Eppure, nonostante tutto, ho ancora la speranza che possa esservi pace: non solo per la Palestina, ma per il mondo intero.

Perché solo la pace può restituire alle persone la capacità di sognare e di guardare alla vita e al futuro senza paura.

Dima Abu Saqer

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