L’altro giorno sono stata ad un funerale e non riesco a togliermi quella canzone dalla testa. L’omelia l’ho detestata, mi ha fatto detestare per l’ennesima volta quell’istituzione chiamata Chiesa. Succede sempre così ai funerali, detesto che un Padre Nostro prenda il sopravvento sulla storia di un singolo, che il segno della pace tolga spazio ad un ricordo. Lo so, funziona così, è un rito, ma non mi entra in testa. 

Quella canzone, quella canzone però si. E non mi lascia andare, la ascolto da giorni.

“You just call out my name
And you know wherever I am

I’ll come running to see you again, oh baby, don’t you know
Winter, spring, summer or fall
Hey now, all you have to do is call
And I’ll be there, yes I will
You’ve got a friend”

“È una canzone sull’amicizia, ecco. Volevo farvela ascoltare” ha detto Mario, mentre la sua voce, finalmente, prendeva tutto lo spazio. “Ed è solo un caso che sia diventata la nostra canzone, una sera, in macchina, alla radio”

Ma le coincidenze per me non esistono, ormai lo so da tempo. Quello che sembra capitarci e a cui facciamo caso, non è altro che un segno luminoso di un percorso che abbiamo già intrapreso, e che, secondo me, siamo destinati a compiere.

Mario e Antonella per lungo tempo sono stati convinti di essere destinati ad una grande amicizia. “Lei ci credeva, me lo ripeteva, pensando che l’amore che rende un uomo e una donna una coppia avrebbe compromesso la purezza del nostro rapporto.”

Il racconto di Mario fluisce perfettamente, o è un oratore, o è il suo cuore che parla. Il suo cuore che ricorda tutto nei dettagli e ci porta lì, a più di trent’anni fa, a guardarli mentre si dicono solo amici”, mentre se lo promettono. 

E ci vuole tenacia, convinzione, fede, a mantenere questa promessa anche in una camera d’albergo, trascorrendo tre notti l’uno accanto all’altra. Fede in qualcosa di grande, qualcosa di grande che può nascere anche tra le piccolezze umane. 

“Bisogna brindare, brindare alla nostra amicizia” ripeteva Antonella l’ultima notte. “Era l’alba, ma per lei niente era impossibile.” 

Per lei niente era impossibile, lo ripete. È in quella frase, in quel dettaglio che si cristallizza quella grandezza, è quello sguardo di ammirazione per le sfumature del suo animo, che sancisce la dimensione del sentimento di Mario. “Lei era lì a stupirsi della bellezza del mare, con due barche sotto la luce dell’alba. Io ero lì a stupirmi di lei, della sua meraviglia.”

Piangono tutti, tutti quelli che si erano alzati e seduti meccanicamente ai tempi dettati dalla messa. Forse piange anche il prete. Non lo so, non lo vedo, ma non capisco come si possa non piangere. 

Dio è qui, si sta muovendo nel coraggio di quella condivisione, finalmente lo sento tra di noi, è in tutti quei dettagli della storia scalfita nel cuore di Mario, la sua storia, la loro storia, che, come tutte le grandi storie d’amore, ad un certo punto, ha maturato il suo frutto.

Un frutto dolce come un bacio rubato qualche sera dopo, tra le scale del palazzo di Antonella. Era bastata una piccola battuta sul traghetto del ritorno per riempire il cuore e la testa di Mario di speranza, per lasciare che la meraviglia si consolidasse in un’unione diversa, che ci si sporcasse un po’ di amore.

“Finalmente potevo portarla a cena fuori, ma no, lei aveva altri piani. Mi chiese di accompagnarla a casa di un’amica” Mario smorza spesso l’intensità del racconto accompagnandolo con un taglio ironico: “Beh l’amica aveva 89 anni.”

Antonella lavorava in uno studio di oculistica, aveva aiutato la sua amica ad accedere ad una visita medica gratuita e le aveva procurato un paio di occhiali da vista. Quella sera doveva consegnarglieli.

Viveva in uno sottoscala, in condizioni igieniche estremamente precarie. “Antonella, con disinvoltura, si avvicinò e le mise gli occhiali sul volto. E poi iniziò a mettere in ordine, a dare una pulita all’appartamento. Io mi ritrovai mano nella mano con quella vecchietta. Era commossa e guardava il mondo con i suoi nuovi occhiali, mentre io guardavo Antonella e in quel momento desideravo che diventasse tutto il mio mondo”.

Ed Antonella è diventata tutto il suo mondo, nella gioia e nel dolore. L’unica frase che ho travato pertinente in quell’omelia, quando di questa storia conoscevo solo il dettaglio più triste, la malattia. 

La malattia ha travolto la vita di Antonella quindici anni fa. “Ma quel dolore, quella cattiva sorte, io non so esattamente cosa sia, perché accanto a lei tutto era facile, tutto era leggero, così pieno di vita, così pieno di gioia. Se venisse un angelo e mi offrisse 10, 20, 30 anni di lei in salute, io non cambierei un solo giorno. Siamo stati sempre felici.” 

James Taylor li accompagnava già quella notte in macchina: “Baby, se niente va per il verso giusto, pensami, e sarò lì ad illuminare anche la notte più buia.

Che fortuna, penso, mentre piango, che fortuna essere qui ed ascoltarlo. Mario non mi conosce, sono un’amica del figlio, ma alla fine dell’omelia, io mi avvicino, mi presento e gli dico “Grazie”. La cosa, forse più strana che si possa dire ad un uomo a cui è morta la moglie. Non posso continuare, ma vorrei dirgli “Mario grazie per il miracolo del tuo amore, del vostro amore, grazie per averci fatto sentire che Dio esiste in tutta questa meraviglia che è stata la vostra storia.”

Ma non c’è tempo, non è il caso, non ho le parole pronte. I funerali sono riti, hanno dei tempi scanditi. Forse abbiamo bisogno che siano esattamente così, ci aiutano a confrontarci con la morte attraverso degli schemi precisi.

Ma cosa resta quando il rito finisce e si torna a casa?

“La presenza. Di Antonella non vorrei che si sentisse la mancanza, ma la presenza, in un abbraccio, in un sorriso, nella gioia profonda di vivere. Praticatela e Antonella sarà tra di noi.”

Oggi sono alla stazione Termini, sono seduta ad un caffè e c’è un cane, un cucciolo di quattordici mesi. La razza me la comunica Google: un Cavalier King Charles spaniel. Mi sale sulle gambe. Insomma attira l’attenzione di tutti.

Un signore si avvicina e chiede alla padrona: 

“Come si chiama?”

 “Miracle, miracle of love”. 

Ecco la mia coincidenza. 

Mi sono messa a scrivere. 

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